Illustrazione di un palazzo romano visto in sezione: persone di età diverse e con disabilità abitano spazi accessibili e si incontrano negli ambienti comuni.

Spazi accessibili, relazioni di prossimità e servizi condivisi: una possibile risposta alla solitudine delle città. Il preavviso D.I.Mo.R.E. apre una nuova prospettiva per l’abitare inclusivo.

Terzo articolo della serie «Le città che cambiano, le persone che restano indietro».

Nello stesso palazzo può vivere un giovane che cerca una sistemazione sostenibile, una persona anziana che trascorre molte giornate senza incontrare nessuno, una famiglia che fatica a conciliare lavoro e cura. E una persona con disabilità può abitare a pochi metri da servizi che, per una barriera o un collegamento mancante, restano difficili da raggiungere.

Le loro porte sono vicine. Le loro possibilità di incontrarsi, spesso, molto meno.

Dopo aver riflettuto sulle disuguaglianze delle città e sulla distanza tra generazioni, proviamo a compiere un passo ulteriore: quali condizioni possono trasformare la vicinanza fisica in una risorsa per vivere meglio?

Cominciare dai luoghi che abitiamo già

Quando si parla di abitare condiviso, si pensa facilmente a nuovi edifici, residenze appositamente progettate e spazi comuni attrezzati. Sono possibilità importanti, che richiedono investimenti e organizzazione.

Ma una parte della riflessione può cominciare anche nei condomìni e nei quartieri esistenti.

Un cortile, un locale disponibile, una biblioteca o uno spazio associativo possono offrire occasioni di incontro. Anche un’informazione condominiale più accessibile e un ingresso più agevole possono aiutare le persone a partecipare alla vita comune.

Queste iniziative non trasformano automaticamente un condominio in un cohousing. Possono però avviare un percorso: conoscere i bisogni, individuare le disponibilità e capire quali attività abbia senso organizzare insieme.

Il punto di partenza è una domanda concreta: che cosa renderebbe più semplice la vita delle persone che abitano qui?

Un patto di vicinato fondato sulla libertà

Un patto di vicinato solidale può nascere da gesti semplici: ritirare una consegna, condividere un’informazione, accompagnare qualcuno a un’attività, aiutare a comprendere una procedura digitale.

La disponibilità deve restare volontaria. Nessuno dovrebbe sentirsi obbligato a raccontare la propria situazione personale o ad assumersi compiti che non può sostenere.

Anche la reciprocità va intesa con attenzione. Non tutti possono offrire lo stesso tempo o lo stesso tipo di aiuto. Una persona può contribuire con competenze, un’altra con la conoscenza del territorio, un’altra ancora proponendo un’attività o mantenendo un contatto.

L’obiettivo è permettere a ciascuno di partecipare secondo le proprie possibilità, conservando autonomia e riservatezza.

Quando la buona volontà ha bisogno di organizzazione

Le relazioni spontanee sono preziose, ma alcuni bisogni richiedono un’organizzazione stabile.

Un accompagnamento programmato, un servizio domestico, un intervento tecnico o un’assistenza personale devono avere interlocutori riconoscibili, competenze adeguate e condizioni chiare.

È qui che può trovare spazio un facilitatore di comunità: qualcuno che aiuti a far incontrare richieste e risorse, mantenga i contatti e orienti verso i servizi appropriati. La sua funzione andrebbe definita, insieme al tempo necessario e alle responsabilità effettivamente assunte.

Anche i servizi condivisi, compresa l’ipotesi della cosiddetta badante di condominio, richiedono una verifica concreta: quali prestazioni servono, a quante persone, in quali orari e con quali costi?

La solidarietà può diventare più efficace quando le persone sanno a chi rivolgersi e che cosa possono aspettarsi.

Generazioni che progettano insieme

Un giovane può aiutare nell’uso di uno strumento digitale. Una persona anziana può mettere a disposizione esperienza, competenze professionali e conoscenza delle reti locali.

Ma un rapporto duraturo ha bisogno anche di interessi comuni e della possibilità di decidere insieme. Un laboratorio, la cura di uno spazio, un’attività culturale o una proposta per migliorare la mobilità del quartiere possono offrire occasioni concrete.

Le persone con disabilità devono partecipare direttamente a queste scelte. La loro esperienza aiuta a riconoscere ostacoli che altri possono non vedere: un percorso interrotto, una comunicazione poco comprensibile, un incontro organizzato in un luogo inaccessibile.

Anche la tecnologia può contribuire: comandi domestici più semplici, illuminazione automatica, accessi più agevoli e strumenti di comunicazione possono sostenere l’autonomia. La loro utilità dipende dalle esigenze delle persone e dalla possibilità di utilizzarli con continuità.

D.I.Mo.R.E.: una prospettiva per l’abitare inclusivo

Un segnale arriva anche dalle politiche pubbliche. Il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali ha pubblicato il preavviso D.I.Mo.R.E. — Diritti, Inclusione, Mobilità, Resilienza, Equità — nell’ambito del Programma Nazionale Inclusione e lotta alla povertà 2021–2027.

La scheda indica una dotazione complessiva di 278,5 milioni di euro, a valere sul FESR, e individua come beneficiari Comuni e Ambiti Territoriali Sociali.

Sono previste soluzioni abitative per anziani, persone con disabilità e persone senza dimora in condizioni di fragilità economica. Una linea specifica riguarda il cohousing per anziani autosufficienti con più di 65 anni e quello intergenerazionale, rivolto ad anziani over 65 e giovani tra 18 e 35 anni.

È una prospettiva che collega abitazione e inclusione sociale. Il documento è però un preavviso: le condizioni operative e le spese ammissibili dovranno essere precisate nell’avviso definitivo. Non possiamo quindi considerare già finanziabili tutti i servizi di vicinato, l’assistenza condivisa o ogni soluzione tecnologica.

Costruire una rete capace di durare

Per COINSIEME, questa prospettiva invita a mettere in relazione amministrazioni pubbliche, cooperazione sociale, associazioni, professionisti e abitanti.

Gli amministratori di condominio possono facilitare il confronto sui problemi dell’edificio. Associazioni, parrocchie e altri luoghi di comunità possono contribuire a conoscere il territorio e a creare occasioni di partecipazione. I servizi professionali devono mantenere compiti e responsabilità riconoscibili.

Il contributo che COINSIEME intende approfondire riguarda l’ascolto, l’accessibilità, l’orientamento e il collegamento tra queste risorse. È un percorso da costruire con interlocutori disponibili, verificandone fattibilità e sostenibilità.

Per partire può essere sufficiente un problema circoscritto, un gruppo di persone interessate e un periodo di prova. Occorre poi valutare chi partecipa, quali benefici si producono, quanto lavoro serve e come sostenerne i costi nel tempo.

Le città cambiano anche attraverso queste scelte quotidiane. Rendere più accessibile un ingresso, organizzare un servizio affidabile o creare un’occasione di incontro può permettere a qualcuno di continuare ad abitare il proprio quartiere con maggiore sicurezza e libertà.

Abitare vicini può diventare una possibilità di vivere meglio insieme, quando le relazioni incontrano spazi, competenze e responsabilità condivise.

Maurizio Marotta — Fondazione COINSIEME ETS

I precedenti articoli della serie

Fonte istituzionale: Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali — Preavviso D.I.Mo.R.E., consultato il 20 ottobre 2026.

L’immagine è un’illustrazione concettuale generata con intelligenza artificiale: non rappresenta un edificio progettato né un servizio COINSIEME già operativo.

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