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# Le città cambiano. Ma per chi?

Casa, lavoro e servizi: il progresso urbano non è uguale per tutti

Le città si trasformano, diventano più tecnologiche, attrattive e connesse. Ma mentre aumentano le opportunità per alcuni, per altri diventa più difficile abitare, lavorare e partecipare alla vita della comunità. Una riflessione di Fondazione COINSIEME ETS sulle disuguaglianze che accompagnano il cambiamento.

Una città può crescere e lasciare indietro i suoi abitanti

Le città cambiano sotto i nostri occhi. Si rinnovano quartieri, si recuperano edifici, si moltiplicano servizi digitali e nuove forme di mobilità. Strade e piazze diventano luoghi di consumo, turismo, lavoro e intrattenimento.

È una trasformazione che può produrre benessere, nuove opportunità e una migliore qualità della vita.

Ma c'è una domanda che dovremmo porci più spesso: chi beneficia realmente di questi cambiamenti?

Perché una città può diventare più moderna senza diventare più accessibile. Può essere più attrattiva per chi la visita e meno sostenibile per chi ci vive. Può offrire servizi sempre più sofisticati e, nello stesso tempo, rendere difficile il loro utilizzo a una parte crescente dei cittadini.

Non esiste una sola città. Esistono molte città che convivono negli stessi quartieri, talvolta negli stessi edifici, ma che sembrano appartenere a mondi differenti.

Quando lavorare non basta più

Per molto tempo il lavoro ha rappresentato uno degli strumenti principali di autonomia e miglioramento delle condizioni di vita.

Oggi questo rapporto è diventato meno scontato.

Lavori discontinui, retribuzioni insufficienti rispetto al costo della vita, difficoltà di conciliazione tra occupazione e responsabilità familiari possono rendere precaria anche la condizione di persone che lavorano regolarmente.

I dati più recenti dell'ISTAT invitano a una lettura attenta, senza semplificazioni.

Nel 2025 la quota della popolazione italiana a rischio di povertà o esclusione sociale è scesa dal 23,1% al 22,6%. Un segnale positivo, legato anche al miglioramento dell'occupazione.

Tuttavia, oltre 13 milioni di persone continuano a trovarsi in almeno una delle condizioni considerate da questo indicatore. E la grave deprivazione materiale e sociale è salita dal 4,6% al 5,2%.

Non siamo dunque di fronte a un peggioramento indistinto di tutti gli indicatori, ma a una società nella quale i miglioramenti complessivi convivono con fragilità persistenti.

Queste fragilità diventano particolarmente evidenti quando si guarda al costo dell'abitare.

La casa: da punto di partenza a ostacolo

La casa non è soltanto un bene economico. È il luogo dal quale si costruiscono autonomia, relazioni, famiglia e sicurezza personale.

Eppure, per molti giovani, trovare una sistemazione abitativa sostenibile è diventato uno degli ostacoli più importanti per iniziare una vita indipendente.

Secondo Eurostat, nel 2024 i giovani italiani hanno lasciato mediamente la famiglia d'origine a 30,1 anni, contro una media europea di 26,2.

Non significa che ogni permanenza nella casa dei genitori sia una scelta obbligata. Ma il dato segnala quanto l'accesso all'autonomia abitativa sia più tardivo rispetto a molti altri Paesi europei.

Il problema riguarda anche le persone anziane.

C'è chi dispone di un'abitazione di proprietà ma incontra difficoltà a sostenerne le spese, a mantenerla accessibile o a continuare a viverci autonomamente. Altri vivono in affitto e devono confrontarsi con redditi pensionistici limitati.

Accade così che nello stesso quartiere possano convivere appartamenti sottoutilizzati, giovani in cerca di una casa e persone anziane che vivono sole.

Sono situazioni differenti, che non possiamo risolvere con una formula unica, ma che ci interrogano sull'uso del patrimonio abitativo esistente.

Un welfare che fatica a stare vicino alle persone

Anche i bisogni di assistenza e di cura sono cambiati.

L'invecchiamento della popolazione, la presenza di persone con disabilità, le famiglie più piccole e la crescente mobilità lavorativa richiedono risposte nuove.

I servizi pubblici e il Terzo Settore continuano a svolgere funzioni essenziali. Ma spesso la persona deve orientarsi tra uffici, procedure, competenze amministrative differenti e prestazioni difficili da coordinare.

Il rischio è che l'accesso ai diritti dipenda sempre più dalla capacità individuale di cercare informazioni, compilare domande, prenotare prestazioni e seguire procedure digitali.

La tecnologia può semplificare enormemente questi passaggi, ma non basta introdurre un'applicazione per rendere accessibile un servizio.

Secondo il Rapporto annuale ISTAT 2026, soltanto il 54,3% delle persone tra 16 e 74 anni possiede competenze digitali almeno di base nei cinque ambiti rilevati.

La digitalizzazione deve quindi accompagnarsi a strumenti di accesso semplici, assistenza personalizzata e possibilità di contatto umano.

L'innovazione è progresso quando aumenta l'autonomia delle persone, non quando trasferisce su di loro nuove difficoltà.

Le disuguaglianze meno visibili

Le città non escludono soltanto attraverso il reddito.

Ci sono persone che rinunciano a uscire perché i trasporti non sono accessibili. Anziani che smettono di frequentare luoghi un tempo familiari. Famiglie che non trovano sostegno nella gestione quotidiana dei figli. Giovani che non riescono a costruire percorsi indipendenti.

E ci sono cittadini che, pur vivendo in quartieri densamente popolati, non dispongono di una rete di relazioni sulla quale contare.

Queste forme di esclusione sono meno facili da misurare rispetto alla povertà economica, ma incidono profondamente sulla qualità della vita.

Il problema non è soltanto offrire più prestazioni. È comprendere come permettere alle persone di continuare a vivere nella propria comunità, conservando autonomia, dignità e possibilità di partecipazione.

Una domanda per il futuro

L'esperienza della cooperazione sociale ci ha insegnato che il lavoro, i servizi e l'innovazione possono contribuire a trasformare concretamente la vita delle persone.

Ma ci ha insegnato anche che nessuna organizzazione, da sola, può rispondere alla complessità dei bisogni.

Fondazione COINSIEME ETS vuole continuare a interrogarsi su questi cambiamenti, valorizzando quanto appreso nel proprio percorso e cercando nuove forme di collaborazione.

Non si tratta di rimpiangere una città del passato, né di immaginare che ogni trasformazione produca necessariamente esclusione.

Si tratta di chiedersi quale idea di convivenza vogliamo costruire.

Una città migliore non è soltanto quella che cresce, attrae investimenti e introduce nuove tecnologie. È quella che permette a un numero sempre maggiore di persone di sentirsi parte del proprio futuro.

Nel prossimo articolo ci soffermeremo su un'altra trasformazione, forse meno visibile ma altrettanto importante: la distanza che può crearsi tra generazioni che continuano a vivere negli stessi quartieri.

Fondazione COINSIEME ETS — Serie «Le città che cambiano, le persone che restano indietro».

Fonti essenziali: ISTAT, Condizioni di vita e reddito delle famiglie – Anni 2024-2025 (2 aprile 2026); ISTAT, Rapporto annuale 2026; Eurostat, When do young people in the EU leave home? (23 settembre 2025).

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