
Editorialista – Società, diritti e innovazione sociale
Una spesa da sistemare, un farmaco da ritirare, una porta difficile da aprire. L’autonomia si costruisce anche nelle necessità quotidiane che chiedono risposte semplici, affidabili e vicine.
Gli esempi narrativi sono situazioni illustrative, non testimonianze raccolte. La proposta descritta non è un servizio attivo.
L’infermiere è passato. La visita è prenotata. La figlia telefona ogni sera. Eppure, sul tavolo, c’è ancora il pacco che nessuno riesce a spostare. In cucina la lampadina è spenta. Il farmaco ordinato è arrivato, ma bisogna andare a ritirarlo.
Sono situazioni immaginate, ma aiutano a mettere a fuoco una domanda concreta: chi rende possibile la giornata, tra un intervento e l’altro?
Per una persona anziana, per chi ha una disabilità o sta attraversando una convalescenza, una piccola incombenza può diventare un ostacolo decisivo. La sua importanza dipende da ciò che impedisce di fare, non dal tempo che serve a risolverla.
Il problema non è sempre essere soli
Secondo Istat, al Censimento 2023 le famiglie formate da una sola persona di almeno 75 anni erano circa 2,7 milioni: una famiglia italiana su dieci. Lo stesso approfondimento, pubblicato nel febbraio 2026, segnala che il 92,8% degli anziani soli di almeno 75 anni dichiara di poter contare sui parenti e il 69,2% sui vicini.[1]
Questi dati invitano a evitare un’equazione troppo facile: abitare da soli non significa automaticamente essere abbandonati. La domanda da aggiungere è un’altra: quell’aiuto è disponibile quando serve, con tempi e modalità compatibili con la vita della persona? Il dato sulla rete di relazioni, da solo, non misura questa disponibilità.
Un parente può esserci, ma lavorare lontano. Un vicino può essere generoso, ma avere a sua volta bisogno di sostegno. Anche chi vive in famiglia può incontrare ore scoperte e difficoltà organizzative.
Ciò che resta tra i servizi
Le cure domiciliari sanitarie comprendono interventi medici, infermieristici e riabilitativi rivolti a persone fragili o non autosufficienti.[2] L’assistenza sociale domiciliare ha un ambito diverso e può sostenere anche la vita quotidiana: a Roma, il SAISA è orientato all’autonomia, alle relazioni e alla permanenza nel proprio ambiente.[3]
Sarebbe quindi sbagliato dire che le piccole necessità siano sempre escluse dai servizi. Il punto è capire se la risposta prevista incontra il bisogno effettivo: in quali giorni, per quali attività e con quale continuità. Nel Municipio V, gli avvisi sulle graduatorie ricordano che l’attivazione dei servizi domiciliari è subordinata alle risorse disponibili.[4]
È in questi intervalli che una famiglia può ritrovarsi a organizzare tutto: cercare qualcuno, incastrare gli orari, spiegare di nuovo la situazione, verificare che l’incarico sia stato svolto.
Tre piccole cose che piccole non sono
La spesa arriva, ma resta sulla soglia. Una persona in carrozzina ordina online senza difficoltà. La consegna, però, si ferma dove non riesce a recuperare e sistemare i prodotti. Il bisogno è portare a termine l’ultimo tratto dell’operazione, concordando prima dove e come consegnare.
La lampadina costa poco, cambiarla può richiedere un’organizzazione. Una persona che non può salire su una scala deve trovare qualcuno affidabile anche per un intervento breve. Se il guasto riguarda l’impianto, serve invece un professionista competente. Distinguere le due situazioni è già parte del servizio.
L’appuntamento è fissato, manca il percorso per arrivarci. Prenotare una visita non risolve automaticamente l’uscita di casa, il trasporto accessibile, l’attesa e il ritorno. Un accompagnamento funziona quando questi passaggi sono chiariti prima.
Il denominatore comune è l’affidabilità. Sapere chi viene, che cosa farà e a chi rivolgersi se qualcosa cambia può contare quanto l’intervento stesso.
La prossimità ha bisogno di organizzazione
Esistono esperienze da cui imparare. Il Filo d’Argento di Auser comprende, nelle attività descritte da Auser Bologna, accompagnamenti, consegne di spesa e farmaci, piccoli aiuti domestici e compagnia.[5] È un esempio documentato: disponibilità e modalità vanno comunque verificate nella singola realtà territoriale.
Per COINSIEME, la questione interessante è come collegare risorse già presenti — servizi pubblici, cooperative sociali, associazioni, attività di quartiere — rendendole più facili da raggiungere.
La tecnologia può sostenere questo collegamento: raccogliere una richiesta, ricordare un appuntamento, segnalare una variazione. Deve però esserci anche un accesso telefonico. E dietro ogni richiesta occorre una persona o un’organizzazione che se ne assuma la responsabilità.
Una proposta da mettere alla prova: il patto delle piccole cose
COINSIEME potrebbe promuovere una sperimentazione circoscritta in un quartiere o in alcuni condomini vicini: un patto delle piccole cose, costruito insieme agli abitanti e alle organizzazioni interessate.
Il primo passo sarebbe ascoltare una ventina di famiglie, chiedendo quali incombenze restano scoperte, quanto spesso si presentano e come vengono risolte oggi. Poi scegliere poche attività sostenibili, con un referente riconoscibile e un elenco chiaro di ciò che si può chiedere.
Per ogni intervento andrebbero definiti tempi, costo o gratuità, competenze e responsabilità. Gli aiuti di vicinato e il volontariato avrebbero un ruolo proprio; le attività professionali dovrebbero prevedere lavoro regolare e retribuito. Le prestazioni sanitarie resterebbero affidate agli operatori competenti.
La sostenibilità economica andrebbe verificata con un budget trasparente: tempo di coordinamento, spostamenti, personale, coperture e materiali. Si potrebbero valutare quote per singoli interventi, contributi solidali e sostegni pubblici o privati, evitando che l’accesso dipenda soltanto dalla capacità di pagare. Prima di promettere tariffe servono costi reali e accordi con chi svolgerà le attività.
Anche l’ingresso nelle abitazioni, la gestione di chiavi, deleghe e dati personali richiederebbero regole chiare e il consenso delle persone coinvolte. Un servizio di prossimità deve lasciare alla persona il controllo delle proprie scelte.
Dopo tre mesi si potrebbe verificare quante richieste siano state risolte, quali siano rimaste senza risposta, quanto sia costato il coordinamento e se le famiglie abbiano avuto meno incombenze da gestire. Sono criteri proposti per una sperimentazione, non risultati già ottenuti.
L’autonomia ha bisogno anche di questo: poter chiedere un aiuto circoscritto senza dover consegnare ad altri l’organizzazione della propria vita.
Qual è la piccola cosa che, nella tua giornata o in quella di una persona vicina, diventa più difficile da risolvere? Raccontala a COINSIEME attraverso la pagina Contribuisci, senza inserire dati sanitari o informazioni che identifichino altre persone. Le esperienze possono aiutarci a capire da dove cominciare.
Fonti
Fonti consultate il 7 novembre 2026. I dati Istat si riferiscono al 2023; gli esempi narrativi e il modello sperimentale sono elaborazioni editoriali.
- Istat — Condizione abitativa degli anziani, anno 2023, pubblicazione del 18 febbraio 2026. Dati su famiglie unipersonali e reti di sostegno.
- Ministero della Salute — Assistenza domiciliare. Ambito delle cure domiciliari sanitarie.
- Roma Capitale, Municipio XII — Documento sul servizio SAISA. Finalità sociali e sostegno all’autonomia; non è una guida ai requisiti di accesso in tutti i Municipi.
- Roma Capitale, Municipio V — Informazioni di servizio, disabilità e assistenza, avvisi del 19 agosto e 15 ottobre 2026. Graduatorie e disponibilità delle risorse.
- Auser Bologna — Filo d’Argento. Esempio di attività di prossimità descritte dall’organizzazione.
Immagine illustrativa generata con intelligenza artificiale.
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