Illustrazione simbolica divisa in due: una giovane tiene una mappa tra precarietà e isolamento, a sinistra, e conoscenza, scienza e opportunità condivise, a destra.

I dati ISTAT sul benessere psicologico dei giovani interrogano le nostre scelte. Sicurezza economica, conoscenza e partecipazione sono condizioni necessarie per trasformare il progresso in una possibilità condivisa.

Che cosa significa chiedere a un giovane di avere fiducia nel futuro, se quel futuro gli appare sempre meno nelle proprie mani?

È la domanda che mi accompagna leggendo il Rapporto sul Benessere equo e sostenibile 2026 dell’Istat. Tra il 2016 e il 2025 il benessere psicologico peggiora nelle fasce più giovani e migliora nelle età più mature. Il vantaggio dei ragazzi tra 14 e 24 anni rispetto alle persone di almeno 65 anni, misurato dall’indice di salute mentale, passa da 7,1 a 3,5 punti. I giovani mantengono mediamente un livello migliore, ma la distanza si è quasi dimezzata.

Nel 2025, inoltre, soltanto il 21,1% delle persone tra 25 e 34 anni ritiene che la maggior parte della gente sia degna di fiducia, con una diminuzione di 3,1 punti percentuali rispetto all’anno precedente. Il dato riguarda la fiducia generalizzata, oltre la cerchia dei familiari e degli amici.

Non sono numeri che autorizzano a descrivere un’intera generazione come infelice. Segnalano però una difficoltà che merita risposte pubbliche, oltre all’attenzione delle famiglie.

La possibilità di fare progetti

Un lavoro che consenta di mantenersi. Una casa accessibile alle proprie risorse. La libertà di scegliere se partire o restare, continuare a studiare, costruire una famiglia.

Sono possibilità sulle quali si fonda l’autonomia. Quando restano incerte, anche le decisioni più personali diventano difficili.

Chi dispone di un sostegno familiare può affrontare alcuni rischi. Chi ne è privo può trovarsi a rinunciare prima ancora di provare. Per questo la richiesta rivolta alla politica riguarda anche le condizioni di partenza: quanto conta il proprio impegno e quanto, invece, la famiglia o il territorio in cui si nasce?

Misurare il progresso di un Paese significa chiedersi anche quante persone possano immaginare una vita diversa e avere i mezzi per costruirla.

La scienza apre possibilità: dobbiamo condividerle

L’automazione e l’intelligenza artificiale rendono questa domanda ancora più urgente. Comprendo la preoccupazione di chi si prepara a una professione e teme di non trovare spazio in un mondo del lavoro che cambia.

Ma sarebbe un errore trasformare questa inquietudine in ostilità verso la scienza.

Le scoperte possono curare, ridurre la fatica, rendere accessibili attività prima precluse. Per chi convive con una malattia o una disabilità, la ricerca può significare una possibilità concreta di vivere meglio.

Il progresso merita fiducia e investimenti. I suoi benefici devono poter raggiungere anche chi ha meno risorse.

Questo richiede istruzione, formazione continua, sostegno nelle transizioni professionali e accesso alle tecnologie. Richiede anche opportunità per i giovani ricercatori e per chi vuole trasformare una conoscenza in un servizio utile.

Ai giovani dobbiamo offrire la possibilità di comprendere e orientare il cambiamento, prendendo parte alle decisioni sul suo impiego.

Quando il successo diventa un obbligo

C’è poi una pressione culturale che mi preoccupa: l’idea che ciascuno debba dimostrare continuamente di essere arrivato.

Denaro, visibilità e prestazioni rischiano di diventare la misura del valore personale. Le difficoltà possono così essere vissute come colpe, anche quando nascono da ostacoli sociali ed economici.

I social offrono strumenti preziosi per conoscere, creare e organizzarsi. Ma il confronto incessante può anche assorbire energie e lasciare il malessere senza una direzione. Una reazione online non sempre trova il seguito di un’esperienza condivisa.

Servono strumenti critici, educazione digitale e occasioni nelle quali sperimentare che il proprio contributo conta anche senza ottenere visibilità.

Anche la ricerca di senso ha bisogno di spazio. La distanza dai riferimenti religiosi di una parte della mia generazione non equivale all’assenza di valori. Giustizia, pace e dignità possono essere cercate attraverso linguaggi che dobbiamo imparare a comprendere.

Dare una direzione alla domanda di cambiamento

In «Generazioni vicine, vite lontane» abbiamo riflettuto sull’ascolto e sulla partecipazione nelle città. Qui vorrei aggiungere un passaggio: che cosa accade dopo che una richiesta è stata ascoltata?

La protesta pacifica deve poter incontrare interlocutori, risposte motivate e possibilità di incidere. Altrimenti il confronto rischia di consumarsi senza lasciare conseguenze.

Occorre contrastare anche le offerte di appartenenza fondate sull’odio: il richiamo al nazismo, il razzismo, il fanatismo che identifica nell’altro un nemico. Il terrorismo e, su un piano diverso, le devastazioni degli spazi comuni non sono risposte al disagio.

Comprenderne le condizioni di sviluppo serve a prevenirle. La condanna deve accompagnarsi alla costruzione di alternative credibili.

Servizio civile e cooperazione: partecipare deve contare

Il servizio civile può essere una di queste occasioni: conoscere bisogni reali, acquisire competenze, assumersi responsabilità. Deve essere accessibile e accompagnato da formazione e tutoraggio, senza diventare un sostituto del lavoro retribuito.

Anche la cooperazione sociale può offrire percorsi nei quali capacità tecniche e finalità collettive si incontrano: servizi digitali accessibili, ricerca sugli ausili, attività ambientali, assistenza e inclusione lavorativa.

Le politiche di integrazione devono permettere a giovani di provenienze e condizioni differenti di partecipare su basi eque. Tra loro ci sono persone con disabilità, giovani caregiver e ragazzi che affrontano una malattia: il futuro deve essere progettato anche da loro.

Una responsabilità che riguarda COINSIEME

Ripensando a don Franco e all’esperienza di Capodarco, ritrovo il valore di un incontro capace di tradursi in responsabilità e opportunità concrete.

Per COINSIEME significa mettere a disposizione esperienza e relazioni, lasciando ai giovani spazio per proporre e decidere. Significa cercare collegamenti tra ricerca, bisogni delle persone e possibilità di lavoro.

Chi affronta la malattia o la perdita di autonomia ha ragioni profonde per sperare nelle nuove generazioni: nelle loro scoperte, nelle loro competenze, nella capacità di riconoscere diritti ancora incompiuti.

Questa speranza chiede reciprocità. Dobbiamo rendere possibile il loro contributo.

Il futuro diventa più credibile quando le persone possono partecipare a costruirlo. Condividere il progresso è una responsabilità sociale, educativa e politica.

Maurizio Marotta — Fondazione COINSIEME ETS

Fonti e approfondimenti

I dati iniziali provengono dal Rapporto BES; le considerazioni sulle cause del disagio e sulle risposte costituiscono la riflessione editoriale dell’autore.

L’immagine di apertura è un’illustrazione simbolica generata con intelligenza artificiale.

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