Immagine per: L’intelligenza artificiale non si fermerà. La questione è: verso dove la vogliamo portare?

Le parole di Jacob Coxon, giovane ricercatore che dopo aver lavorato per OpenAI e Anthropic ha deciso di dimettersi denunciando i rischi legati alla corsa verso sistemi di intelligenza artificiale sempre più potenti, meritano attenzione.

Coxon ha parlato senza mezzi termini. Ha accusato le grandi aziende che stanno sviluppando l’intelligenza artificiale di correre troppo velocemente verso sistemi capaci, in prospettiva, di superare le capacità umane in molti ambiti, senza che esistano ancora strumenti adeguati per controllarne gli effetti.

Sono parole forti. Forse persino estreme.

Ma sarebbe un errore liquidarle come semplice allarmismo.

Coxon ha lavorato direttamente all’addestramento dei modelli più avanzati e racconta una preoccupazione che, in forme diverse, attraversa da tempo una parte significativa del mondo della ricerca sull’intelligenza artificiale: la tecnologia sta avanzando molto rapidamente mentre istituzioni, regole e società faticano a comprenderne tutte le conseguenze.

La domanda, però, non può essere semplicemente:

“Dobbiamo fermare l’intelligenza artificiale?”

Perché questa opzione, realisticamente, non esiste.

Nessuno fermerà il progresso dell’intelligenza artificiale

L’intelligenza artificiale è ormai entrata in una dinamica mondiale.

La sviluppano grandi imprese americane, aziende cinesi, università, governi, centri di ricerca, migliaia di imprese innovative. È diventata contemporaneamente tecnologia, industria, ricerca scientifica, infrastruttura economica e strumento geopolitico.

Pensare che qualcuno possa premere un interruttore e fermare tutto è poco realistico.

Se rallentasse un’azienda, continuerebbe un’altra.

Se rallentasse un Paese, probabilmente continuerebbe un altro.

È una delle contraddizioni ricordate anche da molti ricercatori del settore: ogni soggetto teme che, se fosse troppo prudente, qualcun altro potrebbe arrivare prima sviluppando sistemi ancora meno controllabili.

Per questo la questione più importante non è se l’intelligenza artificiale continuerà a svilupparsi.

È come, per quali finalità e con quali responsabilità.

Il rischio non nasce soltanto dalla tecnologia

Quando parliamo dei rischi dell’intelligenza artificiale tendiamo spesso ad immaginare una macchina che improvvisamente diventa autonoma e si ribella all’uomo.

Può essere uno scenario da studiare, soprattutto pensando ai sistemi futuri.

Ma esiste una questione molto più concreta e immediata.

Il problema riguarda chi controllerà strumenti così potenti e per quali obiettivi verranno utilizzati.

Una tecnologia capace di analizzare enormi quantità di informazioni, scrivere software, progettare molecole, guidare robot, produrre immagini, influenzare comportamenti e prendere decisioni sempre più complesse può essere utilizzata in direzioni molto diverse.

Può aiutare a curare una malattia.

Ma può anche contribuire alla costruzione di nuove armi.

Può migliorare l’accessibilità per una persona disabile.

Ma può anche costruire sistemi di sorveglianza sempre più invasivi.

Può aiutare un medico nella diagnosi.

Ma può anche essere utilizzata per manipolare informazioni e opinioni.

La tecnologia, da sola, non decide quale strada prendere.

Quella decisione appartiene ancora agli esseri umani.

Noi comuni mortali cosa possiamo fare?

Di fronte alla velocità di queste trasformazioni è facile sentirsi irrilevanti.

Le grandi decisioni sembrano essere nelle mani di poche aziende tecnologiche, governi e centri di ricerca.

Eppure una parte della partita riguarda anche noi.

Non possiamo probabilmente decidere se nascerà o meno una superintelligenza.

Possiamo però contribuire a decidere quali applicazioni dell’intelligenza artificiale vogliamo incoraggiare nella società nella quale viviamo.

Ed è qui che, come COINSIEME, vorremmo collocare la nostra riflessione.

Non pensiamo che la risposta sia fermare il progresso.

Pensiamo che la risposta sia orientarlo.

L’intelligenza artificiale come strumento di progresso umano

Esistono già ambiti nei quali l’intelligenza artificiale può produrre benefici enormi.

Nella ricerca scientifica può aiutare ad analizzare fenomeni che richiederebbero anni di lavoro.

Nella medicina può contribuire alla diagnosi precoce, alla ricerca di nuovi farmaci e alla personalizzazione delle cure.

Nella tutela dell’ambiente può migliorare la gestione dell’energia, dell’acqua, delle città e delle risorse naturali.

Nella formazione può offrire strumenti personalizzati di apprendimento.

Nella vita quotidiana può aiutare milioni di persone ad accedere più facilmente a informazioni, servizi e conoscenze.

E poi c’è un campo che ci riguarda particolarmente.

Quello delle persone fragili, anziane o con disabilità.

Una tecnologia che può aumentare l’autonomia

Per una persona con disabilità l’intelligenza artificiale può significare molte cose concrete.

Può significare comandare la propria casa con la voce.

Può significare ricevere assistenza nella comunicazione.

Può significare comprendere documenti complessi.

Può significare muoversi più facilmente nella città.

Può significare lavorare con maggiore autonomia.

Può significare avere strumenti che compensano difficoltà motorie, sensoriali o cognitive.

Se integrata nella domotica assistiva, nei servizi sociosanitari e nelle tecnologie per l’autonomia, l’intelligenza artificiale può diventare uno dei più potenti strumenti di inclusione sviluppati negli ultimi decenni.

Ma anche qui serve una scelta.

Perché l’innovazione può ridurre le disuguaglianze oppure aumentarle.

Dipende da chi potrà accedere a questi strumenti.

Dipende dal loro costo.

Dipende dalla semplicità con cui potranno essere utilizzati.

Dipende dalla capacità dei servizi pubblici e sociali di integrarli nella vita reale delle persone.

La persona prima della tecnologia

Forse il punto centrale è proprio questo.

L’intelligenza artificiale non dovrebbe diventare il fine.

Dovrebbe rimanere uno strumento.

Uno strumento potentissimo, certamente.

Ma sempre al servizio della persona.

La domanda che dovremmo porci ogni volta che introduciamo una nuova tecnologia non dovrebbe essere soltanto:

“Cosa può fare?”

Dovrebbe essere anche:

“A chi serve?”

Migliora davvero la vita delle persone?

Aumenta l’autonomia?

Riduce una difficoltà?

Permette a qualcuno di partecipare di più alla vita della comunità?

Libera tempo, energie e possibilità?

Oppure crea nuove dipendenze, nuove esclusioni e nuove forme di disuguaglianza?

Governare il progresso

Le preoccupazioni espresse da ricercatori come Jacob Coxon non dovrebbero quindi portarci alla paura della tecnologia.

Dovrebbero ricordarci una cosa più importante.

Quando una tecnologia diventa molto potente non può essere governata esclusivamente dalla competizione economica tra chi riesce a svilupparla più velocemente.

Servono ricerca indipendente.

Servono regole.

Servono controlli.

Serve trasparenza.

Serve responsabilità pubblica.

Ma serve soprattutto una discussione collettiva sugli obiettivi.

Perché una società non può limitarsi a chiedere:

“Quanto intelligente riusciremo a rendere una macchina?”

Dovrebbe chiedersi anche:

“Quanto migliore riusciremo a rendere la vita delle persone utilizzando questa intelligenza?”

La sfida che abbiamo davanti

Il progresso dell’intelligenza artificiale probabilmente continuerà.

E nessuno di noi, da solo, potrà fermarlo.

Ma questo non significa che siamo semplicemente spettatori.

Possiamo sostenere un’idea diversa di innovazione.

Un’innovazione che metta l’intelligenza artificiale al servizio della scienza, della salute, dell’ambiente, dell’inclusione, dell’autonomia e della qualità della vita.

Possiamo sperimentare questi strumenti nei servizi sociali.

Possiamo chiedere che siano accessibili anche alle persone più fragili.

Possiamo costruire competenze.

Possiamo contribuire a diffondere una cultura nella quale tecnologia e responsabilità crescano insieme.

È forse questa la sfida più importante.

Non fermare l’intelligenza artificiale.

Ma cercare, per quanto possiamo, di accompagnarla nella direzione giusta.

Perché il futuro della tecnologia non dipenderà soltanto da quanto intelligenti diventeranno le macchine.

Dipenderà ancora, soprattutto, dalle scelte che sapremo fare noi esseri umani.

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