Il ricordo di Don Franco

In questi mesi ho avuto l’occasione di presentare la nuova edizione del libro “Don Franco Monterubbianesi. La storia di un profeta tra terra e cielo” in tre momenti diversi, ma profondamente legati tra loro: a Roma, a Grottaferrata e infine a Capodarco di Fermo, nel contesto del sessantesimo anniversario della Comunità di Capodarco.Tre incontri intensi, partecipati, attraversati da emozione, memoria, confronto e anche da molte domande sul futuro.Ne parlo oggi in un giorno per me e per Silvana particolarmente significativo: l’anniversario del nostro matrimonio. Fu proprio Don Franco a celebrare la nostra unione nella Parrocchia di Sant’Ignazio allo Statuario, in una giornata di grande festa che resta scolpita nei nostri ricordi.Don Franco credeva nella nostra unione. Ci ha seguito nel nostro percorso di coppia, nei diversi passaggi della vita, attraverso tanti incontri, fino agli ultimi periodi, più difficili, della sua storia umana. Anche per questo parlare oggi di lui non è per me soltanto un esercizio di memoria pubblica, ma qualcosa che tocca una parte profonda della mia vita personale e familiare.La cosa che più mi ha colpito non è stata soltanto l’attenzione ricevuta dal libro, né le numerose richieste arrivate per questa nuova edizione. È stato soprattutto il bisogno, ancora vivo, di tornare a parlare di Don Franco non come di una figura da commemorare, ma come di una presenza che continua a interrogare il nostro tempo.Nei dibattiti è emersa con forza la grandezza della sua intuizione: avere guardato le persone con disabilità, le persone fragili, gli esclusi, non come destinatari di assistenza, ma come protagonisti di una vita piena, capaci di relazione, lavoro, autonomia, responsabilità e comunità.Don Franco ha avuto meriti enormi. Ha rotto tabù culturali, sociali ed ecclesiali. Ha contribuito a cambiare lo sguardo sulla disabilità. Ha aperto strade nuove all’inclusione, alla cooperazione sociale, alla vita comunitaria, al diritto al lavoro e alla dignità delle persone più fragili. Ha dato una casa, affetti, legami e possibilità concrete a tante persone che altrimenti sarebbero rimaste ai margini.Ma nei confronti non sono mancati anche i passaggi più difficili: i suoi limiti, le sue fragilità, alcune scelte forse troppo ardite, la tendenza a spingersi sempre oltre il limite delle proprie forze e di quelle delle organizzazioni nate attorno a lui. Anche questo fa parte della verità storica. Raccontare Don Franco non significa costruire un santino, ma restituire la complessità di un uomo che ha vissuto fino in fondo la propria visione, pagando anche prezzi altissimi.Proprio da questa complessità nasce la forza della sua eredità.In tanti interventi è tornata una domanda decisiva: come conservare e sviluppare oggi l’opera di Don Franco? Non per chiuderla nella nostalgia, non per limitarsi alla celebrazione del fondatore, ma per capire come quella spinta originaria possa ancora aprire speranza al mondo.Perché Capodarco non è stata soltanto una comunità. È stata una rottura culturale. Ha detto che la fragilità non va nascosta, che la disabilità non deve significare esclusione, che la cura non può ridursi a prestazione, che il lavoro può diventare riscatto, che la vita insieme può generare diritti, affetti e futuro.Oggi, in un tempo segnato da solitudini nuove, povertà diffuse, invecchiamento, disabilità, migrazioni, disuguaglianze e trasformazioni tecnologiche rapidissime, quella lezione torna attuale. Forse ancora più attuale di prima.Le presentazioni del libro mi hanno confermato che la storia di Don Franco continua a parlare a molti: a chi lo ha conosciuto, a chi ha vissuto Capodarco, a chi ha lavorato nella cooperazione sociale, a chi si occupa di disabilità e fragilità, ma anche a chi cerca ancora un modo umano di stare dentro questo tempo.Questo libro nasce da gratitudine, memoria e responsabilità. Ma soprattutto nasce dal desiderio di non disperdere una storia che ha cambiato la vita di tanti di noi e ha contribuito a migliorare concretamente le condizioni di vita di molte persone disabili e fragili.La vera sfida, ora, non è soltanto ricordare Don Franco.
È raccogliere ciò che ha acceso.
È trasformare la memoria in nuove alleanze, nuovi progetti, nuove forme di solidarietà.
È continuare a credere che nessuno debba salvarsi da solo.Maurizio Marotta
Fondazione COINSIEME ETS